Una sala prove gentilmente offerta dal batterista,
battute come se piovesse, risate a profusione e musica da scarica elettrica.
E’ questo il clima che si respira stando a contatto con i Madness Circus, gruppo emergente della provincia napoletana.
Volendoli etichettare a tutti i costi diremmo che sono un mix tra nu metal, rapcore, metal core, ma a loro le etichette non vanno a genio.
Preferiscono considerarsi sperimentatori e plasmare la loro musica a seconda delle necessità.

Loro sono:

LordBeast – Sal Corselli (vocals)

FuN BoY – Mark Perrone (guitars)

BisHoP – Marco Bove (guitars)

Mr. Y – Luca Muneretto (bass)

CrazY Ace – Luigi Manzo (drums)

cinque ragazzi accomunati da talento, passione, forza e coraggio di mettersi in gioco per inseguire un sogno.
Il successo.

Intervista

Rossella Filosa: Prima di inziare questa breve intervista vi ringrazio per il tempo che mi avete concesso e la possibilità di intervistarvi. Allora, ragazzi, raccontate ai nostri lettori la storia dei Madness Circus.

Madness Circus: I Madness Circus nascono inizialmente come un’attività dopo lavoro/ dopo studio, con la voglia di ritrovarsi e condividere la passione per la musica e per un genere che ha accomunato tutti noi membri, il metal. A poco a poco, come in ogni bella esperienza, si procede, si evolve, ci si trasforma e si raggiungono degli obiettivi. Il primo è stato ovviamente la creazione di pezzi. Abbiamo poi deciso di non lasciare le nostre produzioni chiuse in sala prove, ma di farle ascoltare, e quando il riscontro con il pubblico è stato positivo abbiamo avuto l’incentivo ad andare avanti fino ad oggi con la pubblicazione del nostro primo EP ”Welcome to the Madness Circus” che ricordiamo può essere ascoltato gratuitamente su youtube e nel nostro canale facebook.

R: Com’è nata l’idea di chiamarvi Madness Circus ?

MC:
Bella domanda! La scelta parte soprattutto dalla volontà di portare sul palco quella che è la nostra impressione della società attuale. Questo circo di folli che gira vorticosamente e che noi vediamo da spettatori, e come tali riportiamo le reazioni provocate da ciò che vediamo. Reazioni che possono essere ovviamente ritrovate nei nostri testi.
L’incapacità di muoversi, il sentirsi soffocati dal sistema. Sono questi i temi che maggiormente trattiamo e che sono specchio di questa società che si presenta come un vero e proprio circo di folli che noi filtriamo e portiamo sul palco.
Il logo stesso della band fa capire che ci riferiamo direttamente alla società contemporanea.
In fondo si tratta di un clown dai colori della bandiera italiana e di un teschio.

R: Quali sono i gruppi ai quali vi ispirate maggiormente e che sentite più vicini al vostro modo di fare musica?

MC: Hai tanto tempo vero?
Sono tantissimi i gruppi ai quali ci ispiriamo.
Siamo comunque cinque ragazzi, ognuno con un bagaglio di esperienze e modelli d’ispirazione diversi.
Passiamo dagli All That Remains ai Linking Park, senza precludere altre ”contaminazioni” di generi diversi.
Crediamo infatti che sia necessario fare capo a tutti i generi in modo tale da rendere viva la
sperimentazione senza porre dei limiti.
Non mancheranno, ad esempio, nel nostro prossimo Ep, pezzi che rimandano al Funk.
Forse l’unico stilema che tendiamo a marcare, o comunque che è sempre presente è il groove.

R: Ma, diteci un po’ chi è che scrive i vostri pezzi.

MC:
A scrivere i brani è The Mentalist (Roberto Manfellotto ndr.), il nostro sesto elemento.
Oltre ad essere un amico è parte integrante della band, pur non salendo sul palco con noi.
E’ lui che sviluppa la parte scritta, ma capita spesso che dei pezzi nascano anche da idee di gruppo o singole che poi sviluppiamo assieme.
Ci scontriamo spesso, come succede nelle migliori famiglie, ma alla fine arriviamo con in mano un pezzo che possiamo solo definire cazzuto, per farla breve.

R: Come gruppo avete partecipato a vari contest e qualcuno l’avete vinto. Qual è la qualità che secondo voi avete in più rispetto ad altre band emergenti?

MC:
Siamo cazzuti!
Scherzi a parte crediamo che la cosa che maggiormente ci differenzia da molte altre band è la semplicità della nostra musica.
Non siamo un gruppo che ha bisogno di fare virtuosismi per piacere, ma cerchiamo di avvicinarci ad un pubblico vasto proponendo musica ad ampio raggio.
I nostri brani nascono infatti per essere ascoltati da tutti, da chi ama il metal, il rap e anche il pop volendo.
Cerchiamo di fare musica aggregativa, che tutti possono ascoltare e nella quale tutti possono riconoscersi.
Semplicità è il nostro motto, ed è con questa che arriviamo a realizzare i nostri pezzi.

R: Anche voi, come moltissimi altri gruppi avete deciso di iniziare tutelando i vostri testi attraverso la CC. Qual è il motivo di questa scelta?

MC: La libertà che offre, sicuramente, e nella quale noi ci riconosciamo.
Come forma di cultura, la musica deve essere libera da vincoli ed è questo il messaggio che facciamo passare.
Poi avendo l’opportunità di essere tutelati in questo modo sarebbe stupido non approfittarne, considerando che internet e il mondo della musica sono un mare sconfinato e, si sa, in ogni mare c’è sempre qualche squalo.
Questi nuovi mezzi rappresentano delle ”zattere di salvataggio”.

R: The Open Radio è un web radio, cosa ne pesate di questo nuovo mezzo e quali tipi di vantaggi, secondo voi, può recare ad un gruppo emergente come il vostro?

MC: Sicuramente tanti.
Il problema, secondo noi, sta nel fatto che molti improvvisano delle web radio, non facilitando il compito o togliendo spazio a quelle che invece, seppur di piccola utenza svolgono un ottimo lavoro.
Logicamente affidarsi a delle web radio significa aumentare anche il numero degli ascoltatori, senza limitarsi solo a quelli che partecipano ai live. Ogni ascoltatore in più rappresenta per noi un successo.
Poi è sicuramente un buon canale considerando che internet oggi è alla portata tutti.
I giovani, studiano, spesso lavorano al pc e quindi una web radio è anche facilmente raggiungibile.
In più, come canali di informazione musicale sono sempre più libere, ad esempio, da ogni schieramento politico. Cosa di non poca rilevanza.

R: Quali sono invece i vostri progetti futuri?

MC:
Allora, abbiamo appena pubblicato il nostro primo video musicale ”Dazed by the Silence” e stiamo progettando la realizzazione di un secondo videoclip.
In più stiamo lavorando per la nascita di un secondo Ep, stavolta full.
Ovviamente non abbiamo intenzione di fermarci, ma vogliamo offrire al pubblico che ci segue e ci ascolta sempre più materiale.

R:
Ringraziamo i Madness Circus per la loro disponibilità e per la simpatia con la quale hanno reso incredibilmente divertente quest’intervista.

Potrete trovare i Madness Circus su Facebook, Youtube e MySpace.

Secondo appuntamento, 03/12/2011, per il 2020 Indie Festival che questa volta cambia location, infatti ci siamo spostati al Traffic Club per questa nuova divertentissima serata.
Inizio inusuale quello della seconda serata; una nuova band, i TOOT, hanno aperto le danze con il loro sound particolare electro/funk. Ad amministrare la parte elettronica dei TOOT c’è il nostro amatissimo Flux, dj della scuderia di Sostanze Records.
Dopo l’esibizione live dei TOOT, Alessandro tre791 di NartraRadio Roma ha fatto ballare la gente a ritmo di jungle, d’n'b e dubstep.
Direttamente da Palermo gli ospiti della seconda serata, i Pisk & Moe.
Sono stati a dir poco fantastici! Drum ‘n’ Bass da paura quella che risuonava nelle casse del Traffic Club!
Dopo la splendida performance dei Pisk & Moe altri 2 dj da paura, i nostri Flux e Bebop!
A chiudere questa fantastica serata ci ha pensato Red|-_-|boX di Sostanze Recods.

Presente, come sempre, TheOpenRadio che ha fatto la sua parte (registrazione del podcast, commenti radiofonici, foto).
Con questa serata Sostanze Records e TheOpenRadio vi augurano buone feste!
Il 2020 Indie Festival tornerà il prossimo anno con tantissime altre serate e sorprese!

Guarda le foto.

Scarica il podcast.

Non poteva iniziare in modo migliore la nuova stagione del 2020 Indie Festival!
Come sempre TheOpenRadio era presente col suo banchetto a stremmare, fare foto, interviste, registrare il podcast della serata!
La prima serata vede come sede l’Init Club e ben 2 ospiti d’eccezione, Digi G’Alessio e gli Apes On Tapes!
È inutile dirvi la marea di gente che si è presentata.
Sul palco, a smanettare sui loro marchingegni elettronici, TheIguo, Digital Brain, Apes On Tapes e Digi G’Alessio.
Cosa dire di più?
Il 2020 Indie Festival è tornato ed è più potente di prima!

Guarda le foto.

Scarica il podcast.

MARY IN JUNE – ferirsi

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Rock, UndergroundZine recensioni


MARY IN JUNE
ferirsi

A quanto pare è finita l’era in cui molte band- per dirla all’antica- alle prime armi ci mettevano un bel po’ prima di fare uscire fuori dalle proprie cantine qualcosa di appropriato e personale, buono non solo per gli amici di sempre.

Mary in june ci propinano un suono che sa quello che vuole, che si esprime in italiano in questo  sei tracce, che cerca la sua personale voglia di musicare.

La sensazione dopo la prima canzone non è delle più positive e delicate. Senso di pesantezza, difficoltà che però man mano prende altre forme cantate – Il giardino segreto e All’interno- e si aggrappa ad un realismo con liriche non poi così scontate. In un momento in cui a furia di voler fare gli inglesotti e lanciare l’ultimo gruppi di grido con solo qualche video al seguito, non sarebbe un delitto fermarsi e dare ascolto a gruppi come MIJ che certo ne hanno di palchi da tastare, ma se lo faranno punteranno sempre sulla loro schiettezza di idee e sensazioni.

VOTO: 65/100
PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 29/07/11
GENERE:  rock/pop
SITO WEB: www.myspace.com/maryinjune
RECENSORE: Al Miglietta

SLIDEA – phonoshock

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Rock, UndergroundZine recensioni


SLIDEA
phonoshock

I nostri amici Slidea provengono da Collecchio, Parma, e ci presentano il loro album ‘Phonoshock’, in uscita già da fine 2010 e attualmente in promozione live. Il sound dei nostri, attivi già dal lontano 2003, è molto fedele a quanto riportano loro stessi nella biografia sul web: sperimentale e sfaccettato. Di base è un Rock Alternativo, intelligente e ben pettinato, su cui si vanno a sommare preziosamente influenze variopinte e differenti. Stacchi improvvisi, indole camaleontica e trovate geniali qua e là dirigono l’ascoltatore verso un mondo piacevole e colorato, dove ogni emozione è descritta in maniera impeccabile da direzioni sonore spesso sorprendenti e inaspettate. Fra i brani da citare almeno ‘Contemporanea Follia’, ‘In un vicolo cieco’ e la fantastica ‘Letà dell’oro’, tutte caratterizzate da un convincente mix di potenza, coesione e apertura mentale, caratteristiche veramente importanti per una giovane band in crescita. L’aiuto ulteriore di una produzione equilibrata e la scelta avvincente di impreziosire i brani con suoni Synth (‘Jaci’ ad esempio) sono sicuramente altri fattori che contribuiscono alla piena riuscita di questo disco. Avanti così.

VOTO: 90/100
PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 29/07/11
GENERE:  rock alternativo/crossover
SITO WEB: www.myspace.com/slideaband
RECENSORE: Cristiano Poli

DESIGN – 4 little hanged toys

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Rock, UndergroundZine recensioni

DESIGN

4 little hanged toys

Tracklist: Habit / Painter / Protect You / Duel.

I Design, band anconetana, registrano l’EP 4 Little Hanged Toys nel 2009 e trovano però i loro produttori nel Regno Unito presso la Copro Records – Casket Music. Le credenziali sono più che buone insomma e ascoltando il lavoro del quartetto si trovano molte conferme: il lavoro in studio è notevole, ogni suono è calibrato al meglio e nessun elemento risulta sacrificato; il muro sonoro, inoltre, risulta corposo all’ascolto e di grande impatto. Il sound è figlio di quel calderone di influenze che da tempo è stato etichettato come alternative rock, leggendo alcune notizie del gruppo su internet si scopre ad esempio che il chitarrista Dave proviene da un’esperienza in due cover band, una dei Nirvana e l’altra dei Foo Fighters. In effetti il sound ruvido delle chitarre e la linearità dei pezzi sembrano offrire conferma di queste radici ma c’è di più. Le tinte oscure e a tratti decadenti delle quattro tracce di 4 Little Hanged Toys rimandano a certe atmosfere new wave/post punk in cui si inserisce anche un accorto utilizzo di synth e di basi elettroniche che proiettano quindi il sound su terreni più contemporanei. Anche le linee vocali, divise tra l’emissione pulita e passaggi scream, rimandano a un trend oramai consolidato in campo rock/metal. Ascoltando il lavoro si colgono importanti elementi di personalità, purtroppo però a mio avviso questi si sono forse troppo rapidamente cristallizzati in una formula. Non che non ci siano differenze evidenti tra un pezzo e l’altro semplicemente però si ha la sensazione che, trovata una buona amalgama sonora, il gruppo si sia un po’ accontentato e l’abbia riproposta in maniera un po’ ridondante. L’interpretazione canora inoltre non si muove di un passo durante tutto l’EP assestandosi in pratica nella medesima tonalità e nei medesimi passaggi che sono sì eseguiti bene ma mancano ancora, a mio modo di vedere, di sostanza. Già a un rapido raffronto Habit e Painter, due brani con atmosfere invero molto differenti, si rassomigliano davvero troppo nello sviluppo. Così la sensazione che se ne ha è non solo del “già sentito” per via delle varie e forti influenze soprariportate, ma anche di una certa noia come a dire: «Ok, bene, ma i pezzi saranno tutti così?» Le due successive tracce invero non si spostano di molto dal tracciato, solo Protect You può rappresentare una parziale eccezione però non del tutto riuscita secondo me per via della sua eccessiva durata che, con un simile sound melodico e decadente, ne compromette le qualità. I Design, per chiosare, presentano dunque in nuce buoni spunti e una certa dose di personalità che però deve tentare di emergere con più decisione. Il fatto di essere stati notati da un’etichetta straniera è un segnale in questo senso, è un primo passo importante, ma c’è bisogno che seguano ulteriori sviluppi. Nel mentre consiglio ai cultori del genere di dare un ascolto a questo lavoro che, se può concorrere a portare al di là della Manica una fetta della scena italiana, non è certamente da ignorare.

VOTO: 70/100

PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 29/07/11

GENERE:  rock
SITO WEB: www.myspace.com/ddesignrockband
RECENSORE: doc. NEMO

BRUNO BAVOTA – il pozzo d’amor

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Rock, UndergroundZine recensioni

BRUNO BAVOTA

Il pozzo d’amor

Recensire un disco come “Il pozzo d’amor” di Bruno Davota significa chiudere gli occhi e lasciarsi andare alle emozioni cercando, per quanto possibile, di descriverle.  Dodici brani che rappresentano dodici poesie senza testo, dove le note sono le rime ed i sentimenti rappresentano le metafore. Un disco che si ascolta con immenso piacere, sia in auto che in casa in compagnia di un bicchiere di whisky. “La danza delle Stelle”, arricchita da un soave violoncello, trasporta l’animo in universi paralleli dove la pace dei sensi può essere facilmente ritrovata o abbandonata, molto dipende dall’umore con cui si ascoltano i brani. “L’Abbraccio” rappresenta un connubio di rabbia e buone intenzioni con cambi di musicalità repentine e mai banali. “Respiro”, uno dei pezzi più ispirati, colpisce per la sua capacità continua di sorprendere l’ascoltatore, mentre “Il Pozzo d’Amor” rappresenta la vera chicca del disco: una favola, dove i cattivi cedono il passo ai determinati dal cuor gentile; un percorso colmo di speranza e serenità. Bruno Davota non ha nulla da invidiare a maestri come Allevi o Einaudi, possono sembrare paragoni azzardati, ma la verità è che riescono a suscitare tutti fortissime emozioni e questo li accumuna, mentre il lato tecnico musicale lo lasciamo agli esperti poiché per noi conta solo il sorriso sulle labbra che questi autori sanno suscitarci.

Bruno Bavota: pianoforte

Fabrizia Nicolosi: violoncello

Tracklist:

1 – La Danza delle Stelle

2 – La Luce nel Cuore

3 – L’Abbraccio

4 – Aldilà dei Sogni

5 – Bagliore

6 – Il Rumore delle Stelle Cadenti

7 – Il Pozzo d’Amor

8 – Respiro

9 – Gli Acrobati

10 – Lo Specchio dell’Anima

11 – Gli Occhi delle Donne

12 – Tempesta

PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 21/06/11

GENERE:  acustico
SITO WEB: www.myspace.com/brunobavota
RECENSORE: Marco Pesacane

30 MILES – wasterland

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Punk, UndergroundZine recensioni

30 MILES

Wasterland

I 30 Miles da Empoli suonano un Punk/HC melodico tipico delle Band made USA degli anni ’90. Questo che vi sto a presentare è un Ep di 8 tracce e vi anticipo che il loro full lenght è previsto per Maggio-Giugno del prossimo anno. Sorvolando l’ INTRO (stile inizio dei film al cinema) le altre canzoni seguono gli stilemi dettati dal genere proposto che vi ho citato sopra, ed essendo tutte abbastanza simili tra loro non  farà una recensione track-by-track perché mi inutile, non essendoci canzoni che spicchino maggiormente a parte WARNING che rimane di facile assimilazione e simpatica all’ascolto, in più per fortuna dura solamente un paio di minuti. Parlando sempre della durata media delle tracce penso che siano troppo lunghe ( la media è di circa 3 minuti) e questo a mio avviso affievolisce l’impatto, facendo subentrare una leggera monotonia dopo l’intero ascolto. Comunque a parte qualche fattore negativo credo che il CD grazie alla sua discreta registrazione, il suo cantato non fastidioso e le buone armonie sparse un po’ ovunque, raggiunga tranquillamente la sufficienza però senza eccedere.

Tra ck-list:

01.Intro
02. My Society
03. Pills in 2099
04. Nobody
05. Loser Boy
06. Warning
07. Our Last Night
08. Hey There Delilah (Plain White T’s Cover

VOTO: 60/100

PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 20/06/11

GENERE:  punk hardcore
SITO WEB: www.myspace.com/30milesband
RECENSORE: chrisplakkaggiohc

LAST FRONTIER – apocalypse machine

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Metal, UndergroundZine recensioni

LAST FRONTIER

Apocalypse machine

I partenopei Last frontier, dopo ben 3 demo pubblicate dal 2005, si riaffacciano alla critica con il loro primo full lenght dal titolo “Apocalypse Machine” intenzionato a sfoderare “potenza e melodia” nei brani. Interamente registrato (presumo) in “auto-produzione”, una auto produzione sin troppo casalinga date le intenzioni che trapelano dalle canzoni. Il disco presenta 7 tracce per un minutaggio che accarezza i 55 minuti, davvero troppi, considerate le eccessive ripetizioni di riff che rendono, a mio parere, talvolta noioso l’ascolto di una canzone per intero. Bisogna arrivare alla seconda traccia per iniziare a notare una interessante batteria che ci regala qualche virtuosismo davvero notevole. Ottima davvero la traccia vocale che troviamo nel terzo brano, vari registri e timbriche ci accompagnano nell’ascolto. Arrivati al quarto brano un altro eccessivo intro apre le danze, non male lo scambio di colpi tra chitarra, basso e batteria ma dover aspettare ben 4 minuti e mezzo per ascoltare la prima parola è davvero impensabile, voce che tra l’altro, anche in questa occasione si conferma come punto forte della
formazione. Giunti a “Black Horizon” possiamo finalmente dare il benvenuto alla band in un ambito di livello superiore non nascondendo però la straevidente passione per le parti strumentali che farebbero invidia persino a un brano dei Dream Theater per minutaggio (ma solo per quello). “Nephilim’s Ride” (strumentale), un’altra canzone e un altro interminabile intro, forse non proprio una grande idea piazzare un brano strumentale in un album dove la voce a malapena si affaccia al pubblico. Arrivati alla settima e ultrima traccia, e finalmente
anche all’ultimo intro di tastiera, riusciamo a riapprezzare la voce di “Mich Crown” per qualche secondo prima di rituffarci indovinate in cosa? in una long instrumental session. Il disco termina e lascia l’amaro in bocca per un obbiettivo sfiorato in vari punti e mai centrato in pieno, troppi preziosismi da solisti incorniciati con prestazioni non proprio buone e ulteriormente infangati con un mixaggio approssimativo e un mastering assolutamente inesistente.

VOTO: 55/100

PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 18/07/11

GENERE:  metal progressive
SITO WEB: www.myspace.com/lastfrontierband
RECENSORE: Lewis LST Capristo

HATE INC. – art of suffering

Posted: dicembre 11, 2011 by undergroundwebzine in Metal, UndergroundZine recensioni

HATE INC.

Art of suffering

Il gruppo si presenta la pubblico dopo più di un anno dall’EP di debutto “Fragments”.
Si presentano però con un Long playing e guidati da Vincent Vega (moniker preso da uno dei killer di Pulp Fiction interpretato da John Travolta) la band, con questo album, porta avanti il discorso lasciato con l’Ep precedente. Quindi possiamo dire che “Art Of Suffering” è la ragionevole conseguenza di “Fragments”, tanto che nel cd ci sono le quattro tracce di “Fragments”.
Quello che balza velocemente all’orecchio dell’ascoltatore e un cd di industrial che prende da mostri sacri quali: Trent Reznor e la sua “quasi” creatura Marylin Manson nei passaggi più decadenti, poi nei punti più pestati e in quelli più vicini alle scorribande electro possiamo scorgere frammenti infetti di produzioni nord europee come Pain, Oomph! e Rammstein. Sottolineo nuovamente il filo conduttore con il precedente lavoro, ribadendo che il gruppo propone “nulla più e nulla meno” di ciò che aveva promesso con il 4 tracce precedente. Unico inghippo e che dal EP al Full si riscontra un filo meno di fluidità tra i pezzi, ma nulla di insormontabile , al massimo sarebbe stato preferibile evitare la bonus track ovvero la versione acustica di “Fragments” e forse quasi otto minuti per “Tears” potrebbe risultare pesante per l’ascoltatore non avvezzo a sonorità vicine all’electro ambient. Questo però non vuol dire che abbiamo un album abbozzato, o poco curato, ma bensì di un certo spessore e di una certa capacità emotiva e sonora non di poco conto solo soffre ancora di alcune incertezze a livello di decisoni artistiche.
In ambito di registrazione, mixaggio, produzione e post produzione non ci sono sbavature di sorta anzi abbiamo un lavoro di buonissimo livello.

Ma tornando alle tracce, oltre a quelle che si sono potute apprezzare già in precedenza con l’ EP d’ esordio, abbiamo gli episodi più granitici come “Hypnotist”e “Breed” e quelli più elettronici quali “Dissatisfaction”e “Made In Chains”. La componente più elettronica prende il sopravvento, specie nelle ultime due tracce nominate, portando il “rilevatore” dei BPM al livello dei romani Dope Stars Inc. (altra band a cui il gruppo Tarantino fa l’occhiolino).

Se la band saprà, e vorrà, spingere l’acceleratore in questa direzione sul prossimo full-length (già in lavorazione) aspettiamoci un comeback coi controfiocchi; nel frattempo “Art Of Suffering” si rivela comunque un buon debut album. Non è ancora sufficientemente rifinito per gridare al “cd dell’anno”, ma abbastanza decadente, curato ed intenso da poter creare un posto di rispetto nell’ambito industrial odierno.

VOTO: 67/100

PUBBLICAZIONE RECENSIONE: 18/07/11

GENERE:  industrial /metal
SITO WEB: http://hateinc.net/
RECENSORE: Alessandro Schümperlin